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Vivere in un faro. La storia di Fulvio Palumbo, il fanalista di Capo Miseno

Vivere in un faro non è un sogno romantico, ma una vita reale fatta di vento, silenzio e responsabilità. Fulvio Palumbo, storico fanalista del Faro di Capo Miseno, racconta ventisei anni trascorsi sulla punta estrema dei Campi Flegrei, in uno dei segnalamenti più strategici d’Italia. Tra memorie di guerra, triangolazioni di rotta, solitudini scelte e libertà difficili da immaginare, la sua storia rivela cosa significhi davvero abitare un faro: non una parentesi pittoresca, ma un modo diverso di stare al mondo, lontano dal rumore e vicino al mare.

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Fulvio Palumbo, per ventisei anni fanalista della Marina Militare a Capo Miseno.

Chi è Fulvio Palumbo, per ventisei anni fanalista della Marina Militare a Capo Miseno

C’è un luogo, sulla punta estrema dei Campi Flegrei, dove il vento arriva prima delle parole e il silenzio pesa più del mare. È il faro di Capo Miseno: un avamposto bianco, arroccato a 80 metri sul livello del mare, sospeso tra Procida, Ischia e Capri. Un luogo che molti immaginano romantico, solitario, forse anche misterioso. Ma pochi sanno davvero com’è vivere in un faro.

Fulvio Palumbo, per ventisei anni fanalista della Marina Militare, è uno degli ultimi uomini ad averlo abitato davvero. Non per un giorno, non per una visita guidata, ma per una vita intera. La sua storia, raccontata in una lunga conversazione sulla terrazza del faro, non è soltanto la memoria personale di un lavoro che sta scomparendo: è un pezzo di storia italiana, di navigazione, di guerra, di identità flegrea. Ed è una testimonianza limpida e sincera su cosa significhi abitare un mondo in cui il tempo non è misurato dagli orologi, ma dai lampi della lanterna.

Il faro che tiene insieme il mare del Golfo di Napoli: la triangolazione Miseno–Procida–Capri

Per Fulvio, prima ancora che un luogo dove vivere, il faro è un ingranaggio perfetto del Mediterraneo. "Il faro di Capo Miseno – racconta indicandolo dall’alto – lavora in triangolazione con il faro di Procida e quello di Punta Carena a Capri. È questa triangolazione a delimitare il canale di Procida. Senza di loro, il traffico che entra ed esce dal golfo sarebbe un caos".

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Faro di Capo Miseno.

Da qui passa una rotta fondamentale: chi sale verso il nord deve mantenere Miseno a dritta e Procida a sinistra; chi scende verso sud, invece, tiene Procida a dritta e Miseno a sinistra, con Capri di fronte. In mezzo, come un punto fermo nel canale, c’è una meda elastica, una boa elastica che traccia la linea di confine tra le due rotte. Un’autostrada liquida, controllata da tre sentinelle luminose che da oltre un secolo proteggono le navi.

Un faro nato borbonico, distrutto in guerra e ricostruito dalle macerie

La struttura che si vede oggi non è la stessa che vedevano i navigatori dell’Ottocento. Fulvio lo ricorda con precisione tecnica e storica. Il faro originario, costruito tra il 1882 e il 1883, seguiva il modello borbonico: un edificio centrale, rettangolare, con la torre della luce al centro del terrazzo. Un’architettura solida e identica a molti altri fari del Mediterraneo.

Poi venne la guerra.

Durante la Seconda Guerra Mondiale Miseno fu occupata dai tedeschi. Sul promontorio, spiega Palumbo, "c’erano una cannoniera montata sulla torretta e due cannoni sulla Cala Moresca. Controllavano l’Italsider di Bagnoli". Ed è qui che entra nella memoria del luogo un episodio drammatico: quello del fanalista Anello Caporale.

Era un periodo di blackout totale: il faro non poteva essere acceso. Si racconta però che Anello, per aiutare gli Alleati, salisse sulla torre con una lanterna a mano e segnalasse la sua posizione alle forze americane presenti tra Ischia e Gaeta. I tedeschi lo scoprirono: venne fucilato "probabilmente qui, proprio sul faro", dice Fulvio. E per ritorsione minarono la struttura, facendola esplodere.

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Promontorio di Capo Miseno, Napoli.

Il faro che oggi apre lo sguardo sul golfo fu ricostruito nel 1946, spostando la torre ottica sull’angolo rivolto al mare per migliorare la portata luminosa. Quella luce, oggi, raggiunge 16 miglia.

Una vita spesa per i fari: dal mare aperto al promontorio di Capo Miseno

Prima di diventare fanalista, Fulvio ha vissuto undici anni in mare aperto, nella marina mercantile, da ufficiale. "Viaggiavo ovunque, ho visto tutto il mondo tranne l’Australia. Però quando vidi il concorso della Marina per il Servizio Fari, decisi di tentare".

Lo vinse.

Da La Spezia passò a Crotone, poi a Miseno. E a Miseno rimase ventisei anni, fino alla pensione. "In mare sei sempre in movimento. Qui sei fermo… ma è come se il mondo girasse comunque intorno a te".

Com’è vivere davvero in un faro?

Molti immaginano una vita romantica, contemplativa, quasi letteraria. Fulvio sorride, poi dice la frase che più di tutte riassume l’essenza del mestiere:

Vivere in un faro è un lavoro a dimensione d’uomo.

Non ci sono orari rigidi. Non ci sono i vicini che bussano alle sette del mattino. Non c’è condominio, parcheggio, rumore, traffico. "Se una mattina non hai voglia di fare niente, nessuno ti dice niente. A noi il faro lo danno in concessione: lo gestiamo sotto tutti i punti di vista. Impianto elettrico, idraulico, piccola manutenzione, pittura. Per le cose grosse interviene la Marina."

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Fulvio Palumbo.

E poi aggiunge una delle frasi più sincere della sua vita al faro: "Se voglio uscire in mutande sul terrazzo, lo faccio. Qui nessuno ti vede. Nessuno ti giudica". Un faro, insomma, è solitudine e libertà allo stesso tempo. Non si vive “di poesia”. La poesia arriva dopo. Prima viene il lavoro. Il sale corrode. Il vento sposta. L’umidità entra in ogni fessura. La luce deve funzionare sempre, perché una notte senza il faro può essere fatale per chi naviga.

È un lavoro che richiede: manutenzione costante, conoscenza tecnica, capacità di intervenire senza aiuti, autonomia assoluta, rispetto del mare. Ed è anche un lavoro che sta scomparendo. La Marina, racconta Fulvio, ha un problema strutturale: i comandanti del Servizio Fari restano solo tre anni. "Il tempo di arrivare, imparare, entrare nelle problematiche… e già devono andare via."

Fulvio Palumbo e quel panorama che non esiste altrove nel mondo

Quando Fulvio si affaccia dalla terrazza, indica il golfo come un navigatore, non come un turista. "Davanti a me Procida e Ischia, alle spalle tutto il golfo di Pozzuoli. Di lato Capri. Meglio di questo non c’è niente. Ho girato il mondo, ma un posto così… non lo trovi". Non è una frase fatta. È la consapevolezza di chi ha visto oceani, continenti, porti enormi e mari leggendari.

Fulvio ama i Campi Flegrei. E proprio per questo non riesce a trattenere una critica: "Qui dovremmo essere pieni di turisti tutto l’anno. Abbiamo l’anfiteatro di Pozzuoli, gli scavi di Cuma, la grotta della Sibilla, la Piscina Mirabile, i fondali di Baia… eppure non c’è la stessa attenzione che hanno a Sorrento o Positano".

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Faro di Capo Miseno, Bacoli.

È un pensiero che gli pesa. Perché vivere in un faro significa anche sentire il territorio intorno, osservarlo dall’alto, capire cosa funziona e cosa no. La verità finale: vivere in un faro è un privilegio. Alla fine, Fulvio dice una frase che non ha bisogno di ornamenti:

«Lo rifarei mille volte.»

E lo direbbe chiunque abbia trascorso una vita tra vento, luci, silenzi e mare. Vivere in un faro significa: essere soli, ma mai isolati; essere liberi, ma mai distanti dal mondo; essere custodi di un luogo, non proprietari; riportare la luce quando tutto intorno è buio. E significa anche sentirsi parte di una storia più grande di sé: quella dei navigatori, dei territori, delle guerre, delle ricostruzioni, della Marina, della vita quotidiana che cambia.

Oggi il faro di Capo Miseno ha un nuovo guardiano

Per anni il faro di Capo Miseno è rimasto chiuso, silenzioso, privo di quella presenza umana che un tempo custodiva la luce e il luogo. Oggi, però, qualcosa è cambiato: il faro è stato riaperto e ha di nuovo un custode. Si chiama Carmine Ingenito, vive in zona — pare proprio a Bacoli — ed è lui a vegliare quotidianamente su questa punta estrema affacciata sul mare.

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Fulvio Palumbo e Carmine Ingenito.

Eppure, anche con un nuovo farista, la storia del faro non si riduce al presente. Continua a vivere nelle pietre, nel vento, nella memoria di chi quel luogo lo ha abitato davvero. Come Fulvio Palumbo, uno degli ultimi uomini ad aver vissuto in un faro come si vive una casa: con pazienza, con dedizione, con solitudine scelta, e con quella libertà che solo i luoghi di confine sanno concedere.

Il suo racconto non è solo la memoria di un mestiere. È una domanda che attraversa il tempo: cosa significa davvero vivere in un faro? La sua risposta è semplice e complessa allo stesso tempo: significa vivere un’altra vita. Più lenta, più essenziale, più esposta al vento e alla verità delle cose.

Una vita che oggi, forse, non esiste quasi più. Ma che merita di essere raccontata.