Intervista all'artista concettuale Michele Zaza
Michele Zaza racconta la sua storia partendo da Molfetta, la città dove è nato e dove ha iniziato a immaginare l’arte come possibilità di riscatto. Cresciuto in una famiglia priva di mezzi e riferimenti culturali, ha affrontato fin da piccolo il bisogno di superare limiti linguistici e sociali. Il primo disegno realizzato da bambino – ispirato al Seminatore di Van Gogh – ha acceso in lui una consapevolezza precoce: che avrebbe “seminato” anche lui, ma con simboli e visioni. L’arte è diventata presto il suo modo per affermare un’identità libera, oltre le barriere del contesto in cui era cresciuto.
Il trasferimento a Milano e l’incontro con l’ambiente cosmopolita dell’Accademia di Brera hanno segnato un passaggio decisivo. È lì che ha scoperto il corpo come strumento creativo, la casa come spazio simbolico, e ha costruito un linguaggio in cui gesto, colore e spiritualità si fondono in un discorso universale. Nei suoi lavori, il volto coperto non è nascondimento ma dichiarazione di coscienza; l’azzurro diventa simbolo dell’unione tra popoli, e il tempo non è mai lineare ma circolare, come un eterno presente che invita alla riflessione.
Oggi Zaza è riconosciuto a livello internazionale, ma resta profondamente legato alle sue radici. Con la mostra Arborescenza Terrestre, pensata per Pozzuoli, torna a un’idea di arte come esperienza collettiva, che nasce dal territorio e lo restituisce trasformato. Ogni opera è un invito al dialogo: tra biografia e cosmo, tra chi crea e chi guarda. Per Zaza, l’arte è questo: un atto di giustizia interiore che diventa coscienza condivisa.